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Grande Guerra, Pillola 54 Esercito regio addestrato ma scarso di armamenti fotogallery

Se il punto forte degli italiani era un esercito numeroso e ben addestrato, sul versante degli equipaggiamenti e degli armamenti vi furono enormi carenze: anche nella logistica l'Italia era piuttosto indietro perchè mancava una seria organizzazione dei trasporti, non si curava l'osservazione e gli avvicendamenti come i rifornimenti lasciavano spesso a desiderare.

di Marco Cimmino

Molto si è scritto, in questi cento anni, sulle condizioni del regio esercito al momento dell’entrata in guerra dell’Italia: equipaggiamenti, armamenti, dotazioni e riserve. Nonostante questo, è probabilmente utile, prima di affrontare l’analisi dei primi scontri sull’Isonzo e sul Carso, chiarire ai lettori la situazione delle nostre truppe alla vigilia di un impegno che si sarebbe rivelato tanto difficile e gravoso.

Già abbiamo accennato al fatto che, perlomeno in termini numerici, l’esercito italiano era enormemente superiore a quello che gli austroungarici potevano schierare sul fronte meridionale, dopo il terribile salasso delle battaglie in Galizia e sui Carpazi: in pratica, la maggioranza delle truppe imperiali schierate dallo Stelvio al mare era formata da reparti territoriali o a reclutamento volontario, come i Landesschűtzen e gli Standschűtzen.

Anche le artiglierie vedevano una netta superiorità italiana, benché la debolezza strutturale della nostra industria pesante avesse notevolmente limitato la produzione di medi e grossi calibri di impostazione moderna, ossia dotati di affusto a deformazione. L’esercito italiano poteva contare sul buon cannone campale da 75mm, mentre, per i calibri maggiori, doveva accontentarsi del 149mm, nelle versioni G (ghisa) e A (acciaio), ad affusto rigido e ad eterogenei quanto, spesso, obsoleti obici e cannoni d’assedio, come il vecchio 280mm.

Nei primi mesi di guerra, questo parco d’artiglieria fu ampiamente usurato, e lo spensierato consumo di munizioni iniziale ridusse enormemente le capacità distruttive dei nostri cannoni, quando ce ne fu veramente bisogno: quindi, sarebbe errato ritenere che gli italiani fossero inferiori all’avversario quanto ad artiglieria, anche se questa fu la sensazione percepita frequentemente dai nostri soldati al fronte. Diciamo, piuttosto, che le caratteristiche tecniche e l’utilizzo tattico dei pezzi rappresentarono un notevole handicap.

Discorso diverso per le mitragliatrici, altra arma determinante nella prima guerra mondiale: gli italiani, nel 1914, avevano scartato il modello Perino, preferendogli la Fiat. La mitragliatrice Fiat m1914 si rivelò inferiore alla rivale e il criterio della sua adozione rientra in una lunga tradizione di favori ministeriali di cui godette, a vario titolo, l’industria torinese, nei decenni. In ogni caso, le Fiat prodotte erano poche, per le esigenze di un esercito moderno, così, nell’interludio tra il luglio 1914 ed il maggio 1915, l’Italia acquistò 600 mitragliatrici dall’inglese Vickers, che, però, non vennero consegnate, finchè i britannici non fossero sicuri della direzione in cui avrebbero sparato. Furono acquistate anche le problematiche Saint Etienne francesi e, in seguito, altre armi di diversa provenienza.

Quindi, gli italiani entrarono in guerra con una dotazione esigua di armi automatiche, nemmeno troppo efficienti: gli austroungarici, viceversa, potevano contare sull’ottima Schwarzlose, un arma veloce, potente ed efficiente.

Ancora peggiori erano le condizioni italiane nel campo aeronautico: una sessantina di velivoli, tutti costruiti su licenza francese in officine di piccole dimensioni. L’esercito pagava la debolezza industriale del Paese e la scarsa chiaroveggenza dei vertici militari e politici. Invece, per quanto riguarda la flotta, l’Italia aveva uno schieramento di tutto rispetto: le nostre Dreadnoughts potevano stare alla pari con quelle degli altri belligeranti, escluse, forse, Germania ed Inghilterra.

A partire dagli inizi del ‘900, con la classe “Benedetto Brin”, la marina militare aveva lanciato un vasto programma di potenziamento: pesava, però, sugli ammiragli, il ricordo bruciante della sconfitta del 1866 a Lissa, che fece sì che la nostra flotta uscisse raramente dai porti, per il timore di perdere le nostre preziose corazzate. Che furono perse, come vedremo, anche se stavano all’ancora in bacino, per una brutta storia di sabotaggi e di tradimenti. Va detto che anche la flotta imperiale non brillò, durante il conflitto, per iniziativa: le grosse navi da battaglia c’erano, ma i loro potenti cannoni rimasero quasi sempre silenziosi.

Insomma, se il punto forte degli italiani era un esercito numeroso e ben addestrato, sul versante degli equipaggiamenti e degli armamenti vi furono enormi carenze. Anche nella logistica l’Italia era piuttosto indietro: mancava una seria organizzazione dei trasporti, non si curava l’osservazione e gli avvicendamenti come i rifornimenti lasciavano spesso a desiderare. Questo, alla lunga, logorò i nostri combattenti, che si sentivano abbandonati, poco supportati e maltrattati: all’inizio del conflitto, però, l’entusiasmo fu più forte delle rimostranze e questo va detto. Quello stesso entusiasmo, purtroppo, portò le nostre truppe a dissanguarsi contro le difese avversarie, senza costrutto, distruggendo la parte migliore, per addestramento e spirito, dell’esercito italiano: il cosiddetto “esercito permanente”.

Bisogna accennare, infine, alla schiacciante superiorità austroungarica in materia di spionaggio e controspionaggio: da anni esisteva a Vienna un Evidenzbureau, efficiente ed attivo, che forniva informazioni essenziali ai vertici militari: l’Italia non possedeva nulla di simile e i primi timidi tentativi di creare, all’interno della 1a armata, un servizio informazioni operativo, furono lasciati all’iniziativa di singoli ufficiali, come il generale Marchetti o il maggiore Pettorelli-Lalatta, e guardati addirittura con un certo sospetto.

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