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Servalli: “Con Expo il mais di Gandino jolly per la biodiversità”

Filippo Servalli, segretario del Network Mais Antichi, spiega a Bergamonews perché Bergamo può giocare un ruolo da protagonista grazie ad Expo con il mais spinato di Gandino e con la banca del germoplasma.

Il mais importato dalle Americhe fu per l’alimentazione l’oro della tavola. Cinquecento anni dopo grazie al tema di Expo “Nutrire il pianeta, energia per la vita” quello stesso mais torna a luccicare di nuove opportunità alimentari e scientifiche.

Bisogna ripercorrere il filo della Storia ed osservare come quel cereale venuto dalle Americhe si sia modificato geneticamente, adattato ai territori, sviluppando resistente a temperature e parassiti pur mantenendo intatte le sue proprietà. A guidarci alla scoperta di questo cereale è Filippo Servalli, segretario del Network Mais Antichi e presidente dell’associazione Mais spinato di Gandino.

Dagli studi che fece Filippo Lussana nell’Ottocento per debellare la pellagra, il medico bergamasco giunse a studiare l’alimentazione a base di mais. Tramite le sue ricerche scoprì che la prima coltivazione del mais in Lombardia avvenne a Gandino nel 1932. In un suo scritto si legge che a portare sino in Val Gandino questo prezioso cereale, dovesse esser stato il bellunese Benedetto Miari, nobile che sulle proprie terre venete aveva già aveva sperimentato con successo, dal 1617, la coltivazione del mais.

Perché da Belluno?

“A Belluno nel 1617 un certo canoninco Barpo introdusse il mais, un cereale che arrivava dalle Americhe e che sostituì il miglio e il frumento, poveri di proteine e olio. Il granoturco a poco a poco soppiantò gli altri cereali e divenne la base della cucina veneta. Seguendo in uno dei loro viaggi nella terra natia, Gandino, l’allora Patriarca di Venezia, il barone Federico Maria Giovannelli e i baroni Benedetto e Andrea Giovanelli, Procuratori della Repubblica veneta, Miari portò con sé il prezioso seme, seminandolo nel campo di Clusvene, podere di proprietà proprio dei Giovannelli. Non si deve dimenticare che i mercanti di coperte di Gandino, come tutti i traffici commerciali, non transitavano per la pianura, considerata malsana, ma passavano dalle valli. I produttori di coperte di Gandino si collegavano a Trento per il Nord Europa e da lì, attraverso la Valsugana arrivavano a Venezia. Ecco perché Belluno”.

E così il mais venne introdotto nell’agricoltura e nell’alimentazione veneta e poi lombarda.

“Da quei semi di mais ci sono state delle evoluzioni interessanti. Il mais si è adattato e modificato secondo i territori. A Gandino ha sviluppato una serie di caratteristiche interessanti. La riscoperta di questo cereale ha permesso un utilizzo più ampio in cucina, dalle paste ai ravioli, dal gelato alla pizza, dalle gallette ai biscotti fino alla birra”.

Come ha fatto Gandino a mantenere questo tipo di mais?

“Fino al 1947 nelle nostre zone pedemontane veniva coltivato il mais attraverso i semi dell’impollinazione. Nel 1947 con il piano Mashall è stato introdotto un tipo di mais ibrido che aveva una resa maggiore. È stato facile cedere a questo nuovo tipo di mais per sfamare la popolazione. A Gandino c’erano due fratelli agricoltori, uno soprannominato in paese “il filosofo” che aveva un figlio unico, mentre l’altro fratello aveva otto figli. Quest’ultimo dovendo fare fronte alla numerosa famiglia inserì il mais del piano Marshall, mentre il primo fratello rifiutò e continuò a coltivare il vecchio mais, che aveva una resa minore ma ben altre proprietà maturate in oltre quattro cento anni”.

Che caratteristiche ha il mais di Gandino?

“È interessante perché i semi del mais spinato di Gandino sono stati raccolti nella banca del germoplasma che c’è a Bergamo e che fa capo al Ministero dell’Agricoltura. Recentemente questi semi sono stati studiati dall’università di Greenville, una città del South Carolina negli Stati Uniti d’America, proprio per capire e conoscere le resistenze e le modifiche che questo cereale ha subito in modo naturale in oltre quattrocento anni. Bergamo vanta questa importantissima banca dei semi, ha il mais spinato di Gandino e può giocare il suo asso nella manica nella logica del biodiversità. La terra bergamasca può guardare all’Expo come una grande occasione per il tema che sta trattando, ma anche l’Esposizione universale in corso di svolgimento a Milano può guardare a Bergamo come luogo di ricerca, di sviluppo di filiere agro-alimentari. Bergamo può diventare un modello anche nelle tecniche di coltivazione per quei Paesi in via di sviluppo dove un cereale come il mais può rappresentare una vera ricchezza e chiave di volta per invertire la rotta della povertà”.

Potremmo davvero indicare a questi Paesi un modello sostenibile di agricoltura?

“Abbiamo una conoscenza agronomica davvero all’avanguardia, con semi non Ogm e vantiamo tecniche di coltivazione ideali per dar vita all’agricoltura biointensiva. Non dimentichiamo che nelle nostre terre si è sperimentato prima che altrove la rotazione delle colture proprio per non impoverire la terra. Il ciclo quadriennale prevedeva la coltivazione di frumento, mais, zucca e fagiolo. Nutrire il pianeta energia per la vita era un modo di vivere prima ancora che diventasse tema dell’Expo 2015”.

Questi temi vengono riproposti ad Expo Milano?

“Certamente. Con il network dei mais antichi saremo presenti il primo giugno e il mais spinato di Gandino sarà protagonista il prossimo 1° luglio. Ma non dobbiamo fermarci solo a questi sei mesi dell’appuntamento milanese, guardiamo oltre. E sono più che certo Bergamo può giocare un ruolo di primo piano”.

Commenti

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  1. Scritto da nino cortesi

    Ottimo ragionamento , se non fosse calato nel pastone Expo.
    Il mais spinato si coltivava già in tempo di guerra anche in tutti i paesi della bassa bergamasca.

  2. Scritto da Piero

    Peccato che non tutti coltivino e vivano di mais……. Altrimenti sarebbe una bella risposta alla crisi

    1. Scritto da Sére

      La crisi riguarda una società complessa, è ovvio che UNA risposta non basti. Da sole, le singole risposte mai basteranno, per risolvere una crisi che riguarda un sistema interconnesso e complesso come la società umana. Ma ben venga questa umile ma utile risposta, che unita alle altre, potrà contribuire a proporre rimedi alla crisi. Per la soluzione immediata e totale, nemmeno basterebbe l’evocata illusione della “bacchetta magica”.