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Sulla Croisette si parla d’amore con “Carol” e altri 2 film in concorso

Altri tre film in concorso parlano d’amore e due si concentrano su prospettive femminili: "Carol" con Cate Blanchette, “Mon Roi” della regista Maiwenn e “The sea of trees”* di Gus Van Sant. Sono film molto differenti tra loro con esiti ancora più diversi.

CAROL ***(U.S.A.)

THE SEA OF TREES * (U.S.A.)

MON ROI *(Francia)

Legenda: *Da dimenticare – **non verrà ricordato – ***degno di memoria – ****indimenticabile

Come si sa, il film di Nanni Moretti ha ottenuto diversi minuti di convinti applausi indagando i sentimenti dell’amore per la madre e del lutto per la sua perdita. Sulla Croisette per il momento, insieme a “Il Figlio di Saul”, è il più apprezzato.

Altri tre film in concorso parlano d’amore e due si concentrano su prospettive femminili.

Ma sono film molto differenti tra loro con esiti ancora più diversi.

Si tratta di “Carol" di Todd Haynes che racconta un amore saffico nella New York degli anni ’50 tra una donna dell’alta società (Carol-Cate Blanchette) e una commessa (Therese-Rooney Mara); “Mon Roi” della regista Maiwenn, è la storia dell’amore sofferto di una donna per un uomo affascinante ma egoista e devastante; l’ultimo è “The sea of trees” di Gus Van Sant, la vicenda di un uomo che dopo la morte della moglie decide di suicidarsi, e va fino in Giappone per compiere il gesto.

Il primo è un film elegante e raffinato con una fotografia che fin dalle prime immagini ci porta con colori, luci e ombre hopperiane nella New York anni ’50, recitato in modo impeccabile da tutti gli interpreti, anche maschili (ma Rooney Mara potrebbe aspirare alla Palma come migliore attrice). La scelta stilistica della regia, altamente estetizzante (forse persino un po’ troppo nei confronti della Blanchette, presentata come una vera e propria “diva” e un po’ “femme fatale” dalla voce profonda) è coerente con la restituzione di una società in cui questo tipo di sentimenti era ovattato, per non dire soffocato, da convenzioni e perbenismo. Per questo le insistite immagini attraverso vetri appannati, gli scatti in bianco e nero di Therese aspirante fotografa, come pure le mises impeccabili delle due donne e la perfetta ricostruzione degli ambienti ben si addicono a rappresentare una storia in cui nulla è gridato, e anche il dramma di una figlia sottratta alla madre per “condotta immorale” viene contenuto.

Uno dei pregi del film sta proprio in questo contenimento di una materia di per sé incandescente: la passione reciproca delle due donne, la trasgressione insita nel loro amore, la sofferenza per l’affidamento della figlia, la presenza di una precedente relazione omosessuale, vengono affidate a una recitazione e sceneggiatura che lavora su gesti, sguardi e affermazioni che quasi “trattengono” i sentimenti fino all’unico momento di climax in cui le due donne si amano fisicamente, a cui segue una svolta importante nell’azione narrativa. Non vogliamo dire di più della trama, se non che presenta scelte significative e offre quindi lo spunto, fatte le debite proporzioni, anche a riflessioni su dinamiche attuali.

”Mon roi” delude perché appiattisce una storia interessante di “dipendenza sentimentale” in una serie infinita di vicende che finiscono con l’essere ripetitive e scontate e con lo shakerare sofferenza e ricostruzione di sé in modo superficiale. Bravi gli interpreti, in particolare Cassel che riesce perfettamente ad essere un’affascinante canaglia. Fin dall’inizio si percepisce l’atmosfera da dramma televisivo che toglie vigore alla materia e la banalizza. Alla fine della proiezione qualcuno dalla platea grida “nepotismo!” riferendosi forse al fatto che il film è stato selezionato solo perché all’interno di un certo gotha cinematografico francese o alla Bercot (la protagonista femminile) presente al festival anche come regista del film di apertura. Chissà. Quel che è certo è che non è un bel film.

Diversa e più bruciante la delusione per “The sea of trees” di Gus Van Sant che s’infila in una storia di un suicida che cerca su Google il posto ideale dove morire (!), lo trova nella foresta di Aokigahara, attorno al monte Fuji, e prenota un biglietto aereo per raggiungerla l’indomani. Come unico bagaglio ha una confezione di pillole. Quando si trova nella foresta, disseminata di cadaveri rattrappiti e scheletri, arrivato al dunque incontra un altro aspirante suicida che si è perso e vorrebbe uscire dalla foresta ma non riesce. Evidentemente ha cambiato idea. Allora anche Arthur, docente di fisica con alle spalle un matrimonio difficile (ci viene narrato con flashback che stigmatizzano le difficoltà attraverso alcuni litigi), dimentica lo scopo del viaggio che diviene invece aiutare quest’uomo a uscire dalla foresta. Seguono peripezie varie, pericolose cadute, smottamenti, e Arthur recupera sempre gli occhiali e prosegue indomito. Insomma il suicidio va in secondo piano e una conversazione con il compagno di questa bizzarra gita fa emergere invece il senso di colpa di Arthur nei confronti della moglie, malata di cancro al cervello, benigno per fortuna, ma morta in un incidente mentre era in ambulanza, per sfortuna.

Siamo in pieno melodramma e c’è anche una coda, anzi due code. La prima: Arthur uscito dall’ospedale torna alla foresta per ritrovare il compagno che le guardie forestali non sono riuscite a trovare e capire meglio che cosa è successo, troverà un fiore e capirà…; la seconda: Arthur torna a insegnare e l’incontro fortuito con uno studente che casualmente conosce il giapponese perché il padre ha lavorato a Okinawa (ma dai…!) gli apre gli occhi sulla vicenda e gli rivela due cose della moglie che non sapeva, il suo colore e la sua stagione preferiti.

Vi abbiamo raccontato molto perché davvero vale poco la pena di vederlo.

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