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“The Lobster” ovvero quando le convenzioni invadono gli affetti

"L'aragosta" di Yorgos Lanthimos è il quarto film in concorso: una pellicola che spiazza tra regole, sopravvivenza, strappi... un po' Bunuel e un po' del migliore Allen.

Titolo: THE LOBSTER (L’aragosta)

Regia: Yorgos Lanthimos

Genere: drammatico

Anno: 2015

Interpreti principali: Colin Farrel (David), Rachel Weistz (la donna miope), John C. Reilly (l’uomo col difetto di pronucia), Ben Whishaw (l’uomo che zoppica), Léa Seydoux (il capo dei Solitari)

Produzione: Francia, Paesi Bassi, Grecia, U.K.

Voto: ***1/2

E’ il quarto film in concorso.

Immaginate una Città e un futuro prossimo in cui chi non è accoppiato viene inviato a bordo di un’ambulanza-cellulare in un “albergo” e ha 45 giorni di tempo per trovare qui l’anima gemella, in mezzo a uomini vestiti tutti con lo stesso blazer, camicia, pantaloni e scarpe e donne tutte con il medesimo abito a fiori.

Come dire, uno vale l’altro.

E invece no, tra le tante regole della rieducazione c’è quella che ci si sceglie in base ad affinità evidenti, e non vale barare.

Una declinazione estrema dell’adagio “chi s’assomiglia si piglia”.

Per avere più tempo, se non si riesce ad accoppiarsi, si guadagnano giorni premio attraverso battute di caccia. Ogni preda vale un giorno extra all’hotel. Terminato il periodo e i giorni supplementari si viene trasformati in animali e abbandonati al proprio destino nella foresta; ognuno può scegliere quale animale divenire.

Il protagonista David, un architetto, dichiara di voler diventare un’aragosta “perché campano cent’anni e hanno sangue blu come i nobili”. Esplicita dunque il suo desiderio di vivere e una certa ambizione (o decadenza? dipende da come si intende il sangue blu…).

Nel bosco vivono i Solitari, i single per scelta insomma, che sono le prede cacciate nelle battute di cui sopra. Dovrebbero essere dei ribelli (il pensiero corre per un attimo a “Fahrenheit 451” di Bradbury diretto da Truffaut) ma si sono dati un codice rigidissimo che vieta qualunque accoppiamento e riproduce specularmente le regole della Città e dell’albergo.

David scapperà dall’albergo al bosco e poi anche dal bosco…

E’ un film bizzarro, spiazzante dall’inizio alla fine, che attraverso un’ambientazione surreale ambientata in un’ipotetica società che bandisce i single e li rieduca alla vita di coppia, (la fantascienza distopica descrive appunto una società indesiderabile), ci obbliga a ripensare elementi della nostra vita dati per scontati.

La scelta di avere un compagno o meno, i criteri e le affinità coi quali ci si sceglie o si è attratti, il ruolo e la necessità o meno dei figli per una coppia, le menzogne della vita a due.

E poi la riflessione sull’istinto animale di sopravvivenza, oppure l’homo homini lupus che sono in noi.

C’è un po’ di Bunuel e un po’ del miglior Allen nel gusto di rovesciare le situazioni con arguzia (la punizione esemplare per la masturbazione è infilare la mano nel tostapane rovente, la spedizione punitiva dei Solitari mira in realtà a minare le coppie svelandone l’ipocrisia), c’è un crudo desiderio di scuotere gli animi nell’alternare un registro più lieve, che fa sorridere, a fulminei momenti di inaspettata violenza.

Un ottimo esercizio per ragionare sull’oppressività delle convenzioni, soprattutto quando invadono il campo degli affetti.

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