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La giornata sulla Croisette: alle 4 del pomeriggio compaiono gli abiti da sera

Paola Suardi per Bergamonews al Festival di Cannes: giovedì si guarda intorno, poi film a raffica, dopo “Mad Max” “An” il film giapponese che ha aperto la rassegna “Un certain regard”, e poi la pellicola ungherese in concorso “Saul Fia”.

Giornata calda a Cannes, ce ne si accorge quando si corre su e giù per scalinate, scalette e scale di servizio, dentro, fuori e attorno al Palais des Festival da un teatro all’altro per seguire le diverse proiezioni, nella gimkana tra le transenne, la gente assiepata che aspetta i “famosi”, i turisti in ciabatte, l’esercito di autisti, accompagnatori, operatori di settore, body guard, produttori e fattorini che indossano lo smoking fin dal mattino.

Le donne in abito da sera compaiono verso le quattro del pomeriggio e tutto questo, per dieci giorni, è la normalità sulla Croisette, insieme a teorie di suv rigorosamente neri che sostano imbottigliati in attesa di chissà quale segnale.

Una bouillabaisse di occhiali a specchio, cellulari, auricolari, tacchi 15 e rossetti accesi, carni pallide e abbronzatissime, una babele di lingue ma una folla ordinata che sa dove andare.

Badge rosa preziosissimi, e poi blu, arancio e gialli, compongono il popolo degli “accreditati” inesorabilmente in code distinte.

Poi c’è la fauna di coloro che cercano un invito per certe proiezioni e lo fanno esponendo cartelli con il titolo del film a cui sono interessati corredati da una faccina, una frase spiritosa per ingraziarsi l’eventuale donatore.

Giovedì, dopo la proiezione alle 8,30 di “Mad Max”, abbiamo visto “An” il film giapponese che ha aperto la rassegna “Un certain regard”, e poi la pellicola ungherese in concorso “Saul Fia”.

“An” (**1/2) della regista Naomi Kawase, è un film delicato – un vero balsamo dopo la visione di Mad Max- in cui ci viene detto che saper ascoltare, guardare e gioire delle piccole cose che ci circondano – le foglie mosse dal vento, i ciliegi in fiore, il cinguettio di un canarino, un cuscino colorato per sedersi al sole, un dolce ben fatto, sono i segreti per una ricetta della vita che ci guarisca dalle ferite e ci renda meno soli.

E proprio attorno alla ricetta e alla preparazione dell’an – la crema dolce di fagioli rossi – e delle frittelline dorayakis si sviluppano queste riflessioni e nasce tra l’anziana signora che si offre come cuoca e il suo datore di lavoro, l’introverso Sentaro, una relazione di reciproco rispetto e cauta ma sincera apertura.

Entrambi hanno un passato difficile e lavorando insieme nel piccolo chiosco Sentaro impara non solo a cucinare l’an, ma anche a parlare ai fagioli e a sorridere nonostante i rovesci della vita sempre possibili.

Dal canto suo Tokue, l’anziana donna, è molto felice di rendersi utile e stare tra la gente.

Verso la fine il film si “perde” un po’, si sfilaccia in uno scambio di lettere e in vicende che coinvolgono anche una ragazzina – pure lei sola – che tolgono un po’ dell’incisività espressa nel resto dell’opera. Resta però ben nitida e a suo modo potente la figura di Tokue, la sua umanità soffertamente ilare e fragilmente forte.

Raffinata e coerente la fotografia. “Saul Fia” (*), Il figlio di Saul, del regista Laszlo Nemes è la storia di un detenuto ebreo in un campo di concentramento che, addetto a lavorare nel crematorio, crede di riconoscere tra i cadaveri il figlio e decide ostinatamente di dargli una dignitosa sepoltura con la preghiera di un rabbino.

Nel frattempo nel campo si prepara una sommossa. Il film è immobile, nonostante la serie incessante di azioni che vediamo svolgere dal protagonista impegnato a pulire pavimenti, spostare cadaveri, aggiustare serrature, andare, venire…

E irremovibile è la volontà di Saul di ottenere la salma, trovare un rabbino e darle sepoltura, inesorabile la macchina di sterminio degli aguzzini nazisti.

Ciò detto, nonostante l’orrore e il rispetto che sempre generano film come questo -in cui l’olocausto torna con veemenza ad agitare le nostre coscienze-, nonostante la luce cupa degli ambienti interni, i continui primi piani marcati dal chiaroscuro, i momenti di nero che segnano alcune chiusure di porte pesanti e segnalano momenti di morte, nonostante il fuoco dei forni, il carbone, le grida delle vittime, i corpi nudi prima vivi e maltrattati poi morti e ammassati creino un clima da bolgia infernale, il film non convince.

Risulta poco significativa la figura di Saul, appiattite in sussurri di rabbia e paura tutte le figure degli altri ebrei che stanno tramando la rivolta, semplificati e omologati anche i tratti violenti degli sterminatori.

Si suppone d’essere sul finire della guerra, con i Russi in avvicinamento, ma nulla ci viene detto fino a poche battute pronunciate verso la fine.

Un film che dopo un po’ stempera persino l’orrore perché anche lo spettatore si perde nel vagare di Saul, nelle continue violenze che farciscono e frammentano la narrazione che sembra avvitarsi su se stessa senza esito, tranne quello scontato e ultimo del fallimento totale.

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