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Raul Castro da Francesco: “Se il Papa continua così ricomincerò a pregare”

La soddisfazione di Raùl Castro Ruz, presidente di Cuba, è manifesta e sincera e non ha pudori a raccontarla ai giornalisti dopo un’ora di colloquio con Papa Francesco in Vaticano domenica 10 maggio 2015.

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«Sono rimasto molto colpito dalla saggezza e modestia di Papa Francesco. Leggo tutti i suoi discorsi. Se il Papa continuerà così, anche io che sono comunista tornerò alla Chiesa cattolica e ricomincerò a pregare. Quando il Papa visiterà Cuba assisterò a tutte le Messe che celebrerà».

La soddisfazione di Raùl Castro Ruz, presidente di Cuba, è manifesta e sincera e non ha pudori a raccontarla ai giornalisti dopo un’ora di colloquio con Papa Francesco in Vaticano domenica 10 maggio 2015. Illustrando i rapporti tra Cuba e gli Stati Uniti, afferma: «Non avremmo mai dovuto essere inseriti nella lista dei Paesi terroristi», la famosa «lista nera» stilata dall’allora presidente statunitense Ronald Reagan. L’auspicio è che entro maggio l’Isola caraibica esca dalla «blacklist».

Un lungo colloquio, una cordialissima stretta di mano e lo scambio di doni significativi in relazione ai temi della povertà e dell’immigrazione. Questi i momenti forti dell’incontro avvenuto quattro mesi prima del viaggio del Papa a Cuba, previsto per settembre. Nelle dichiarazioni ai giornalisti Castro esprime particolare apprezzamento a Francesco e porta i sentimenti del popolo cubano: ringrazia il Pontefice argentino per il suo ruolo molto attivo prima nel disgelo e ora nel miglioramento delle relazioni diplomatiche tra Cuba e gli Stati Uniti.

Castro dona a Francesco una medaglia commemorativa dei 200 anni della Cattedrale della capitale L’Avana e un quadro dell’artista cubano Alexis Leiva Machado (espresso nel monosillabo Kcho), ispirato alla tragedia dei migranti e al primo viaggio che Bergoglio fece in Italia nell’isola Lampedusa l’8 luglio 2013 come omaggio alle migliaia di profughi morti nel Mediterraneo: il dipinto rappresenta una grande croce composta da relitti di barconi sovrapposti, davanti alla quale vi è un migrante in preghiera.

Il Papa regala all’ospite l’esortazione apostolica «Evangelii gaudium» – il programma del pontificato bergogliano – e un grande medaglione raffigurante San Martino nell’atto di coprire un povero con il mantello, un oggetto «che ricorda non solo l’impegno per aiutare e proteggere i poveri, ma ne promuove attivamente la dignità». Francesco sarà il terzo Vescovo di Roma ad approdare nell’isola caraibica.

Il primo è Giovanni Paolo II che nel viaggio del 21-25 gennaio 1998 ricambia la visita compiuta in Vaticano dal lìder màximo Fidel Castro nel 1996 durante il vertice mondiale della Fao a Roma. Prima dell’arrivo a Cuba, Castro libera 106 detenuti politici, su una lista di 260, consegnatagli dal segretario di Stato cardinale Angelo Sodano. Fidel riceve il Papa con tutti gli onori e rinuncia per la prima volta a indossare la divisa militare, per una più sobria giacca e cravatta.

Il secondo Papa è Benedetto XVI il 23-29 marzo 2012 e Raul Castro – succeduto nel 2008 al fratello Fidel come presidente del Consiglio di Stato, cioè capo di Stato e di governo – libera, su richiesta della Chiesa, 2.900 detenuti, alcuni dei quali dissidenti politici arrestati durante la stretta repressiva del regime cubano nell’agosto 2003.

Il Cristianesimo rappresenta senza dubbio il messaggio più rivoluzionario della storia, non soltanto perché da duemila anni segna profondamente il corso dell’umanità, impregnando il costume, la cultura, l’arte, la civiltà di interi continenti, ma anche perché mira a rinnovare interiormente gli uomini, esigendo una continua revisione di vita a livello di coscienza. Nato come religione dei poveri, il Cristianesimo ha scardinato con la sua carica rivoluzionaria l’antico impero dei Cesari, superando secoli di persecuzioni, trasformazioni e deviazioni, fino a imporre una civiltà cristiana spesso messa in crisi dalle scomode provocazioni dei suoi profeti e dalla vitalità dei suoi carismi. Non per nulla la rivoluzione proletaria, teoriz­zata dai filosofi per l’Europa industriale e positi­vista, si è realizzata di fatto nella cristianissima Russia.

«Ci sono diecimila volte più coincidenze tra cristianesimo e comunismo di quante non ce ne siano tra cristianesimo e capitalismo». Lo afferma Fidel Castro in un’eccezionale intervista: «Cristo fu il più grande rivoluzionario. Perché mai le idee di giustizia sociale dovrebbero scontrarsi con le convinzioni religiose?».

Nel 1985 Fidel concesse un’intervista a Frei Bretto, pubblicata in Italia dalle Edizioni Paoline nel 1986 «Fidel Castro. La mia fede. Cristianesimo e rivoluzione».

Dice Fidel: «Oggi la politica è entrata in un terreno quasi religioso e la religione può intervenire nel campo politico. Bisogna riconoscere che nella nostra società la morale ha avuto come fondamento la religione e in ogni rivoluzione sono i valori e la morale ad armare spiritualmente l’uomo. Sia noi che la Chiesa dobbiamo fare autocritica, passando dal regime di antagonismo a normali rapporti di coesistenza e rispetto. La religione non è l’oppio dei popoli né rimedio miracolistico: penso che si possa essere marxisti senza dover rinunciare a essere cristiani, e lavorare insieme per cambiare il mondo». Queste e altre sono le affermazioni che trent’anni fa il più carismatico dei rivoluzionari rilascia al giornalista Frei Bretto, frate domenicano e uno degli esponenti di punta della «Teologia della liberazione».

Per la prima volta il capo marxista al potere dal 1959, superando la pregiudiziale del dogmatismo ateistico, riconosce «la necessità non soltanto tattica ma strategica di un dialogo nuovo tra Cristianesimo e rivoluzione». Riconoscibilissimo è lo stile castrista. Il colloquio tra il capo rivoluzionario e il frate dura 23 ore e oscilla tra i ricordi autobiografici – fu alunno dei Gesuiti -, lo sfogo polemico e l’imbonimento paternalistico, tra l’apologia della rivoluzione e l’autocritica sincera: «I gesuiti ci insegnarono, secondo l’etica religiosa, la nozione e la distinzione tra bene e male, tra vero e falso». È forza liberatrice che ha avuto e ha la Chiesa latino-americana, da sempre coraggiosamente schierata con i poveri e gli oppressi, come insegna il primo Papa latino-americano e come mostrano schiere di martiri, tra i quali primeggia Oscar Arnulfo Romero y Gadames assassinato sull’altare il 23 marzo 1980: in questo mese di maggio, sabato 23, nella sua San Salvador verrà proclamato beato.

Pier Giuseppe Accornero

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Commenti

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  1. Scritto da marioennio

    Come mai non ha ricevuto il Dalai Lama in visita a Roma che ne aveva fatto richiesta?

    1. Scritto da Luca Lazzaretti

      Realpolitik….il papa non voleva far uno sgarbo ai dirigenti cinesi con i quali è in corso una trattativa da anni per il riconoscimento delle gerarchie cattoliche nominate dal vaticano…ricevere il Dalai Lama poteva essere considerato uno sgarbo. Ricordiamoci che in Cina i cattolici fedeli a Roma non vengon trattati con i guanti bianchi( per usare un eufemismo)

  2. Scritto da terzomondista

    Sembra sia più facile che si convertano i comunisti e le popolazioni del Terzo Mondo, piuttosto che gli “occidentali” egoisti ed opulenti. A Cuba la Chiesa non si è mai mostrata visceralmente contraria al regime: se avessero prevalso gli yankees, il paese sarebbe tornato ad essere il bordello dei tempi di Batista, Lucky Luciano, della mafia che controllava tutti i locali. Tra i due mali, ha scelto il minore. E Raul, come Fidel prima, manifesta al Papa americano la propria riconoscenza