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Grande Guerra, Pillola 53 Altro che Piave: l’Isonzo e le prime azioni italiane fotogallery

Più che il Piave, il fiume che dovette accorgersi del passaggio dei primi soldati italiani fu l'Isonzo: l'esercito regio si mosse su un fronte lungo quasi 450 chilometri, una linea frastagliata quasi sempre in territorio alpino o prealpino, con quote elevate e poche vie di comunicazione, solitamente strette e malagevoli.

di Marco Cimmino 

Cominciamo col dire che il Piave, se pure mormorava, lo faceva in completa solitudine: il fiume sacro alla Patria, infatti, dista 77 km da Cervignano del Friuli e 145 da Tolmino, e pensare che il suo mormorio, il 24 maggio 1915, potesse in qualche modo giungere ai “primi fanti” è alquanto ottimistico.

Le canzoni sono canzoni: altro è la storia, con buona pace di certi stornellatori che, anche oggi, vorrebbero trasformare la storiografia del ‘900 in ballate popolari. Il fiume che, semmai, dovette accorgersi del passaggio dei primi soldati italiani, fu l’Isonzo: e quei soldati non lo attraversarono…per far contro il nemico una barriera, quanto, piuttosto, per sfondare la barriera che il nemico, bene appostato sui primi rilievi carsici, aveva apprestato.

Si è detto, in precedenza, dell’ordine di battaglia, ma qualcosa di più bisognerà spendere per spiegare la geografia e l’orografia di quel fronte del 1915, perché, come vedremo, questo fu un elemento determinante dell’andamento del conflitto.

Dal passo dello Stelvio al Mare Adriatico, il fronte si stendeva, all’incirca, lungo il confine del 1866: in alcuni punti, gli austroungarici avevano deciso di difendere la linea di frontiera, mentre, più spesso, si erano fortificati qualche chilometro più indietro, su posizioni meglio difendibili. Era una linea frastagliata, lunga circa 450 km, quasi sempre in territorio alpino o prealpino, con quote elevate e poche vie di comunicazione, solitamente strette e malagevoli. Questo fu il problema logistico per antonomasia del regio esercito: rifornimenti, rinforzi, anche semplicemente il cambio, avvenivano con gravi difficoltà e con uno sforzo esagerato.

Si partiva dal sottosettore Valtellina, dominato dai giganti del gruppo dell’Ortles-Cevedale ed attraversato dalla strada imperiale dello Stelvio. Veniva poi quello della Valcamonica, col passo del Tonale ed il massiccio dell’Adamello-Presanella, delimitato, ad oriente, dalla Valchiese. Queste tre ampie vallate erano sbarrate da sistemi fortificati: a Gomagoi, in val Vermiglio e a Lardaro. C’era poi, trasversalmente, la Val di Ledro, che congiunge la valle del Chiese all’alto Garda, il fronte passava a sud di Riva, alla Rocchetta, e riprendeva sul monte Baldo-Altissimo, di fronte ai forti di Nago-Torbole. Di qui, si scendeva in val Lagarina, a sud di Rovereto, per risalire lungo la Vallarsa, lambendo l’altopiano d’Asiago e il massiccio del Pasubio, per poi puntare sulla Valsugana, attraverso l’altopiano dei Sette Comuni e il Civeron.

La linea, poderosamente fortificata nel settore di Primolano, ad ovest del Grappa, raggiungeva le Dolomiti, passando per Cortina d’Ampezzo e, di lì, attraverso il Comelico arrivava in Carnia e, infine, nelle Alpi Giulie, nei pressi di Tolmino, e alla alta valle dell’Isonzo. Poi, il fronte seguiva l’andamento del fiume, fino a Gorizia. Tolmino e la zona Oslavia-Peuma-sabotino furono le uniche teste di ponte austroungariche sulla destra Isonzo, mentre il resto della sponda destra, fin dall’inizio della guerra, rimase in mano italiana. Da Gorizia a Monfalcone, il fronte procedeva rettilineo, lungo il Vallone e ai piedi del carso, per raggiungere il mare poco a sud del capoluogo bisiaco.

Si trattava, come detto, di una linea difficile da governare logisticamente, ma a questa decisiva difficoltà materiale, si aggiunsero, allo scoppio della guerra, altri e più incorporei problemi. Per cominciare, gli italiani mossero con grande lentezza dalle loro posizioni di partenza, dando agli avversari il tempo di rinforzare le proprie esigue truppe: per una decina giorni, il regio esercito rimase praticamente immobile, paralizzato dal timore di trappole, tranelli ed agguati che esistevano solo nella testa dei generali italiani.

Certo, la popolazione delle prime terre occupate era quasi tutta ostile, ma non lo dava troppo a vedere, in attesa dell’evolversi degli eventi: di qui a vedere ovunque avvelenatori di pozzi e franchi tiratori, però, ce ne corre.

Inoltre, il passaggio dell’Isonzo, anche dove gli austroungarici si erano ritirati di chilometri, aspettando sul Carso i nostri soldati, avvenne con grande prudenza e a spizzichi. Infine, con rara imperizia strategica, erano stati abbandonati, alla vigilia della guerra, alcuni importantissimi punti dominanti, merce davvero rara in una guerra in cui, quasi ovunque, erano gli italiani ad essere dominati dall’alto, senza una ragione plausibile: notissimo è il caso del Passo Paradiso, che domina la conca del Tonale, e dello Scorluzzo, che fa lo stesso su quella dello Stelvio.

Insomma, non solo il Piave non mormorava e non solo non eravamo noi a difenderci ma gli austriaci: il 24 maggio, come spesso accade nella storia reale, non accadde praticamente nulla. I due contendenti si limitarono a studiarsi e a sparare, qua e là, qualche schioppettata e qualche colpo di cannone.

Ben presto, però, l’Isonzo si sarebbe tinto di rosso, quando le nostre truppe migliori vennero mandate all’attacco della linea fortificata nemica, senza nessuno strumento per poterla incidere veramente, se non il proprio indiscutibile valore. Altro che Piave…

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