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Joe Bonamassa live: manifesto del popolo blues per nostalgici veri

Un omaggio a Muddy Waters e Howlin’ Wolf: Joe Bonamassa at the Red Rocks dà il meglio di sè. Un grande live, assicura Brother Giober, "uno dei più belli che mi sia mai capitato di ascoltare. Da comprare assolutamente, per lasciarsi andare e divertirsi per due ore e più".

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** in fin dei conti, poteva essere peggio

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

 

 

ARTISTA: Joe Bonamassa

TITOLO: Muddy Wolf at the Red Rocks

GIUDIZIO: ****

Joe Bonamassa è uno che ha iniziato presto. Secondo la sua biografia a 12 anni teneva diversi concerti nell’area di New York e apriva i concerti di B.B. King e a 22 anni firmava il suo primo contratto discografico.

Dire che Bonamassa sia un artista prolifico e dire poco. Dal 2000 ad oggi questo dovrebbe essere il suo 18° album, escluse le collaborazioni con Beth Hart.

La critica non è sempre stata benevole nei suoi confronti. Soprattutto agli esordi, quando pur riconoscendogli capacità tecniche di indubbio rilievo, faticava a riconoscere nei suoi lavori la qualità che invece di altri artisti, coevi, ne faceva artisti di primaria grandezza.

Così è che Joe Bonamassa sino a qualche anno fa veniva considerato come un musicista di secondo o terzo livello, un po’ caciarone, privo di gusto, sempre incerto sull’esatta direzione da prendere.

Personalmente, Joe Bonamassa mi pareva freddo e quindi degno di poca attenzione. Compravo i suoi dischi, li ascoltavo una prima volta per poi riporli, quasi sempre deluso, nello scaffale, ancora seminuovi. Poi ho conosciuto Beth Hart, la cantante con la quale Bonamassa ha inciso un paio di dischi negli anni scorsi ed ho iniziato ad apprezzarlo un po’ di più; quindi ho assistito in televisione a un suo concerto acustico, se non ricordo male a Vienna, che mi ha entusiasmato e da lì ho iniziato a seguirlo con maggiore interesse.

Le sue recenti produzioni mi sono sembrate di un gradino superiore a tutta la sua precedente opera. Parte del merito è certo del produttore, Kevin Shirley, che da qualche anno ha affiancato il chitarrista, ma mi pare chiaro che Bonamassa abbia iniziato un percorso di maturità artistica e di riscoperta dei classici e che la sua attività ne abbia tratto notevole giovamento.

Questo live esce sul mercato dopo solo sei mesi dal precedente disco ed è un disco di blues registrato durante un concerto del 31 agosto 2014, tenutosi a Red Rocks, un anfiteatro naturale distante pochi chilometri da Denver in Colorado.

Il disco deve il suo titolo alla circostanza che i brani all’interno della scaletta sono quasi tutti tratti dal repertorio di due mostri sacri delle “12 battute”, ovvero Muddy Waters e Howlin’ Wolf.

Oltre alla bellezza dei brani, colpiscono durante l’ascolto la pulizia dei suoni e certamente le esecuzioni, talvolta esondanti, altre volte ad alta gradazione emotiva, grazie soprattutto alla qualità dei musicisti che circondano sul palco il leader e che sono Anton Fig alla batteria, Michael Rhodes al basso, solidissima sezione ritmica da tempo con Bonamassa, il tastierista Reese Wynans, già con Stevie Ray Vaughn , la sezione fiati composta da Lee Thornburg, Ron Dziubla e Nick Lane, Mike Henderson, all’armonica e al piano e Kirk Fletcher, vecchio militante del blues, alla seconda chitarra, insomma una superband.

Il disco trasuda passione e amore per il genere e, il concerto, può ritenersi memorabile.

Questo bigino del blues apre le danze con il repertorio di Muddy Waters e in particolare con la strepitosa Tiger in Your Tank: il brano non è dei più noti di Waters ma ha un tiro veramente impressionante. L’inizio è originale e colpisce perché la band prende l’avvio sulle note di una registrazione originale dello stesso autore , creando un bell’effetto. Il ritmo è veloce, la sezione dei fiati fa meraviglie ed è impossibile tenere fermo il piede. Nel mezzo il primo solo della chitarra del nostro che conferma ancora una volta il suo livello tecnico. Da ricordare, inoltre, il suono dell’armonica che in sottofondo segue le peripezie della chitarra. Insomma, una intro esplosiva.

Ancora ritmo e swing sono quelli regalati dalla successiva I Can’t Be Satisfied che è tutto un succedersi di “solo”: prima l’armonica, poi le tastiere per finire quello, immancabile, della chitarra, lungo e trascinante, con armonica e fiati che fanno da riuscito contorno. Il divertimento è assicurato, ancor di più se il volume viene tenuto alto.

Il ritmo si riduce di colpo ma sale l’amozione con You shook Me, un lungo blues di oltre sette minuti durante il quale armonica, piano e fiati creano il sottofondo ideale alla voce di Bonamassa e introducono uno dei più sentiti solo di chitarra dell’intero concerto. Uno di quei solo dove da un momento all’altro ti aspetti che le corde della chitarra si spezzino e lo strumento goccioli sangue.

Stuff You Gotta Watch è un altro brano ritmato con un coro vagamente doo-wop che non mi convince più di tanto, anche se la parte strumentale nel mezzo dell’esecuzione da sola vale “il prezzo del biglietto”, grazie alla maestria del batterista e allo swing garantito dalla sezione fiati.

Bellissima la versione di Double Trouble, già nel repertorio di Eric Clapton e Otis Rush: lenta, sinuosa, sofferta, cantata con la giusta enfasi, senza esagerazioni, lo considero uno dei brani meglio riusciti dell’intero concerto. Il solito, ma mostruoso, solo di chitarra nel mezzo rende la versione indimenticabile o quasi.

Tanto è intima Double Trouble quanto la successiva Real Love è una girandola di colori, di allegria. Suoni che ci riportano alla musica di Chicago, ai Blues Brothers, coinvolgente, divertente.

È quindi la volta di My Home is on the Delta, bellissima e intensa con Bonamassa che si esibisce con la chitarra slide che ingaggia un vero e proprio duello con l’armonica per regalare un’interpretazione di altissimo livello.

Chiude la prima parte del concerto All Aboard e il suo boogie indiavolato, il suo ritmo irresistibile.

La seconda parte del concerto è dedicata alla musica di Howlin’Wolf ed è introdotta proprio da un piccolo suo speech durante il quale viene spiegato all’ascoltatore cosa sia il blues. Dopo di che, analogamente a quanto avvenuto per la prima parte del concerto, sulle note di una registrazione originale parte, con la cadenza tipica del blues più classico How Many Tears. Ancora piano e armonica a “menare” le danze, la voce di Bonamassa perfettamente intonata e poi una girandola di suoni e di “soli” a scaldare , se possibile, ancor di più l’atmosfera. Grande è la coda strumentale con la chitarra di Bonamassa autrice di un bellissimo solo e Henderson all’armonica che fa meraviglie.

Shake for me è un brano stra-conosciuto, e serve per far ballare pubblico e ascoltatore, così come Hidde Charms con il suo swing.

Spoonful è uno dei brani forti dell’intero concerto. Il ricordo corre immediato ai grandi gruppi rock blues degli anni ’70, di fronte ai quali il nostro certo non sfigura. Forse, nel caso, Bonamassa evidenzia qualche limite vocale, ma il brano rappresenta otto minuti di pura estasi, di pathos, di interventi dei singoli strumenti da accapponare la pelle. Memorabile in particolare il solo di chitarra nel mezzo con, in sottofondo, le tastiere e, appena sussurrato, il suono dell’armonica.

Il riff di Killing Floor è famigliare anche a chi non bazzica i sentieri del blues. La versione è frizzante, rapida, saltellante ancora una volta è la chitarra del leader a farla da padrone e il dubbio che Bonamassa non sia troppo distante dal “maestro” Clapton si insinua prepotente. Ma forse non è questo che interessa, quanto il giusto feeling che si instaura tra l’ascoltatore e i suoni che escono dai solchi (o quello che diavolo sono oggi).

Evil (is Going on) è il manifesto del popolo del blues, l’inno della serata, la chiamata a raccolta del maestro. Il solo di chitarra è perfetto, ispirato, per quanto possibile, originale. Il pubblico risponde alle sollecitazioni di Bonamassa, il ritmo, scandito, si interrompe all’improvviso per fare ancora posto alla chitarra del leader, che lascia con il fiato sospeso, prima del termine con tutti gli strumenti che chiudono la perfomance.

La serata dedicata ai due maestri del blues chiude con All Night Boogie e il suo ritmo forsennato. Inutile cercare di stare fermi, il solo del piano è da killer del rock ‘n’ roll, i fiati sparano note all’impazzata, la chitarra di Bonamassa si lancia in una nuova lunghissima fuga che, nonostante sia l’ennesima della serata, sembra diversa da tutte quelle che l’hanno preceduta; il ritmo sale ancora, il divertimento è assoluto e il pubblico, oramai esausto, ringrazia estasiato.

Bonamassa saluta tutti i presenti, ma è una finta, perché ritorna sul palco e inanella, a chiusura della serata, tutta una serie di composizioni che hanno fatto o faranno (il concerto è del 2014 e nel frattempo un nuovo album in studio è stato pubblicato) parte della sua produzione. I suoni, a questo punto della serata, si induriscono, prevale la componente rock, pochi fronzoli e tanta sostanza. Ecco così arrivare in rapida sequenza Hey baby (New Rising Sun) evidente omaggio a Jimi Hendrix, la spirituale Oh beautiful, la, all’inizio, sincopata Love Ain’t a Love Song che mi ha riportato ai suoni degli amati Little Feat, una riuscitissima versione di Sloe Gin: l’intro è sospeso, etereo, ma poi è tutto un crescendo che si sviluppa fino all’epico finale strumentale che riporta l’ascoltatore ad un genere musicale che è sempre più raro aver la fortuna di ascoltare. Chiude The ballad of John Henry, otto e passa minuti che alternano momenti di tranquillità, a fughe elettriche e dove i rimandi al vecchio rock blues degli anni ’70, ai Cream, a Clapton, ai Blind Faith, ai primi Fleetwood Mac sono più che una semplice impressione.

Muddy Wolf at The Red Rocks è probabilmente un disco anacronistico e come tale destinato a passare nel dimenticatoio. Le note che vi troverete nulla hanno di novità, così come non vi è secondo dove potrete trovare una concessione alle mode o ai suoni dei giorni nostri.

È un disco per quelli come me, vecchi brontosauri, un po’ nostalgici che credono, stavolta a torto, che tutto si sia fermato a Four Way Street. Muddy Wolf at the Red Rocks è un grande live, uno dei più belli che mi sia mai capitato di ascoltare. Da comprare assolutamente, per lasciarsi andare e divertirsi per due ore e più.

Se non si vuole ascoltare tutto il disco: Spoonful

Se non ti basta ascolta anche:

Cream – Royal Albert hall

Gov’t’ Mule – Shout

Gary Clark jr – Live

Commenti

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  1. Scritto da Diego Perini

    Personaggio che ha un suo perchè. Che sarebbe quello di suonare impeccabilmente un classic-blues tendenza mainstream: Jeffrey Lee Pierce torna tra noi!!

  2. Scritto da darioflautista

    grandissimo il Bonamassa, con Beth ma anche da solo, con quel faccino da bravo raqazzo ;-)

  3. Scritto da Umberto

    Non ho mai seguito Bonamassa, fa troppi dischi e troppi live, pero’ in questi giorni di carenza di novità l ‘ho ascoltato e devo dire che mi è piaciuto, bello , mi ha rinvigorito…certo, ha ragione B:G, deve piacere agli amanti del genere rock-blues classico, per chi vuole sonorità nuove meglio rivolgersi altrove.Ciao

    1. Scritto da brixxon53

      Ciao Umberto, sono assolutamente d’accordo con te, bel disco, tosto e super classico. Inoltre Joe è anche un gran bel chitarrista, non pensavo. Buona musica a tutti.