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Grande Guerra, Pillola 52 Esercito italiano nel 1915: un’inferiorità strutturale fotogallery

Al momento dell'ingresso nella Grande Guerra, l'esercito italiano era impreparato: ciò non dipendeva da comandanti incapaci o di scelte strategiche sbagliate ma da un problema strutturale. Inoltre gli italiani si trovarono ad affrontare una guerra con obiettivi strategici obbligatori e con un fronte che li vedeva logisticamente molto sfavoriti.

di Marco Cimmino

Molto spesso, l’impreparazione italiana all’entrata in guerra del nostro Paese, nel maggio del 1915, è stata oggetto di facili ironie, quando non di studiate interpretazioni politiche: la verità è che l’Italia sarebbe stata impreparata ad affrontare un conflitto come la prima guerra mondiale anche se fosse entrata in guerra uno o due anni dopo. Perché l’impreparazione italiana non dipendeva da comandanti incapaci: per carità, quelli c’erano senz’altro, come, d’altronde, c’erano in tutti gli eserciti principali. E neppure si trattò d’imprevidenza o di infelici scelte strategiche: anche quelle ci furono, ma non furono né così clamorose né, tampoco, così determinanti.

L’inferiorità dell’Italia, rispetto ai principali belligeranti era dettata da un problema strutturale: la nostra industria pesante era del tutto sottodimensionata, rispetto alle necessità belliche, mentre quella metalmeccanica stava, proprio allora, evolvendosi, da uno stadio quasi artigianale ad una produzione su vasta e vastissima scala. Inoltre, cosa su cui si riflette troppo poco, gli italiani si trovarono ad affrontare una guerra con obiettivi strategici obbligatori e con un fronte che li vedeva logisticamente molto sfavoriti, in un territorio tutt’altro che amichevole, quando non decisamente ostile.

Le direttrici di rifornimento erano lunghissime e prevedevano accessi alle linee molto disagevoli e complessi, l’osservazione era quasi sempre nulla, le manovre d’attacco quasi sempre in sfavore di pendenza e, soprattutto, dato il carattere offensivo della nostra guerra, i soldati, a differenza di quelli Austroungarici, mancavano di robuste difese fisse, di alloggi, di ricoveri e di adeguati ripari.

Ricordo ai lettori che l’ottimistica favoletta di una guerra che dovesse concludersi entro Natale era passata dalle trincee francesi e belghe, dove il Natale avrebbe dovuto essere quello del 1914, direttamente a quelle del Carso e dell’Isonzo, con uno spostamento della scadenza al Natale del 1915: va da sé che i comandanti non avessero nemmeno seriamente prospettato l’ipotesi di un campo invernale, su quote mediamente intorno ai 2.000 metri per una larga parte dello schieramento.

Questa tragica sottovalutazione del conflitto in corso ci fu, e fu grave, ma fu ampiamente condivisa con tutti gli altri comandanti europei. Al comando del regio esercito, sedeva, dall’agosto del 1914, Luigi Cadorna, dopo la morte prematura e, per certi versi, sospetta, del suo predecessore, Alberto Pollio: Cadorna era anziano, aveva 65 anni ed era ad un passo dalla pensione, proveniva da una famiglia di tradizioni militari della piccola nobiltà piemontese (suo padre fu quello della breccia di Porta Pia) ed avrebbe obbedito a qualunque ordine del re senza battere ciglio: sicuramente, un ufficiale di provata fedeltà, ma, altrettanto sicuramente, un uomo non del tutto in grado di gestire, data oltretutto la sua visione verticistica del comando, una macchina grande e complessa come un esercito moderno.

Questo, col tempo, lo avrebbe mandato, per così dire, in corto circuito: il timore di perdere la barra della nave lo portò a scelte disciplinari sempre più draconiane, che, alla lunga, fecero più danni di una condotta meno rigida. Insomma, Cadorna non era peggio di tanti altri comandanti (pensiamo a Joffre, a Samsonov, allo stesso Falkenhayn) e, come già detto, dal punto di vista strategico, non aveva grosse alternative: l’andamento del confine italo-austriaco imponeva un atteggiamento difensivo in Trentino ed offensivo in Friuli, e così egli schierò le proprie truppe.

Quello che egli, certamente, non ebbe, fu il sentimento della guerra moderna: dal suo comando udinese, come un Giove tonante, egli emanava direttive e pretendeva ricevute di ritorno, senza mai avere una reale visione del campo di battaglia, inchiodato com’era alla sua visione ossessiva dell’attacco frontale come unica via per la vittoria.

Infine, ricorreva sistematicamente ad una sorta di scaricabarile, che, in Italia, non è mai passato di moda: ogni insuccesso veniva imputato a qualche suo sottoposto, che non avrebbe ben interpretato ed eseguito i suoi ordini, e che veniva, implacabilmente rimosso o, meglio, come si cominciò a dire allora “silurato”.

Se, dunque, dal lato tecnologico e materiale, l’Italia era impreparata alla guerra per suoi limiti oggettivi, come nazione industriale e come strutture sociali e produttive, da quello strettamente militare lo era per l’arretratezza dottrinale, in materia di tattica, dei suoi comandanti e per l’isolamento volontario di Cadorna, rispetto alla guerra guerreggiata. Isolamento che sarebbe divenuto quasi psicopatologico, nel corso del conflitto.

Per il resto, i nostri soldati del maggio 1915 erano ben addestrati e abbastanza ben equipaggiati: il morale era alto e il nemico si trovava in una gravissima crisi, dopo la battaglia dei Carpazi, e schierava poche e raffazzonate truppe. C’erano tutte le premesse per una brillante campagna e, invece, come vedremo, gli italiani si lasciarono sfuggire di mano la più preziosa delle occasioni.

Curiosità: l’ordine di battaglia il 24 maggio 1915

Allo scoppio della guerra, il regio esercito contava circa 23.000 ufficiali e poco più di 1.330.000 militari di truppa (di cui circa 950.000 effettivi), con una dotazione approssimativa di 2.000 pezzi d’artiglieria, molti dei quali antiquati o di piccolo calibro. Era diviso in 4 armate, per complessivi 14 corpi d’armata, a coprire un fronte che andava dallo Stelvio al mare Adriatico.

La prima armata (Brusati) era schierata dallo Stelvio al Garda, con il III (Camerana) e il V CdA (Aliprandi); la quarta armata (Nava) dalla val Cismon al Peralba, con il IX (Marini) ed il I CdA (Ragni); seguiva la cosiddetta “Zona Carnia” (Lequio) dal Peralba al Canin; la seconda armata (Frugoni) dal Canin al Korada, con il IV (Di Robilant) ed il II CdA (Reisoli), mentre il XII (Segato) era di riserva; la terza armata (Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta) si trovava dislocata con il VI (Ruelle), XI (Cigliana) e VII CdA (Garioni), dal Korada al mare. Vi era poi l’intendenza di armata o riserva dell’alto comando, che comprendeva l’VIII (Briccola), il X (Grandi), il XIII (Zoppi) e il XIV CdA (Morrone).

L’Italia possedeva, all’inizio del conflitto, una sessantina di velivoli, piuttosto eterogenei e costruiti perloppiù su licenza francese distribuiti in 4 reparti autonomi: 4a Sq."Bleriot", 5a Sq."Nieuport", 9a e 10a Sq. “Farman". Gli Austroungarici, il 24 maggio 1915, schieravano, invece, solamente, per tutto il fronte, 6 Divisioni con 127 Battaglioni e 504 pezzi d’artiglieria (235 già in linea e 269 in fase di avvicinamento). Comandante supremo era l’arciduca Eugenio d’Asburgo, mentre il fronte dell’Isonzo (5a armata) venne affidato al valoroso generale Svetozar Boroevič.

Commenti

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  1. Scritto da Annaluce

    Mi pare, professore, che l’impero Austro-ungarico avesse, non solo ipotizzato ma dato per certo da molto tempo il cambiamento di schieramento del Regno d’Italia e che fosse cosa assodata il trovarselo contro accanto all’Intesa. Tra alleati affidabili non si creano linee fortificate per proteggersi le terga! Strano è poi che negli anni di nostra presenza nella Triplice Alleanza questa non avesse pattuito con l’Italia che si fortificasse invece il confine con la Francia.