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A 50 anni dal debutto riecco i Sonics… per capire Black Keys e molti altri

"This is the Sonics" conferma che il gruppo è uno dei padri del garage rock a cui debbono molto i Blasters, i Fuzztones e più di recente i White Stripes... Da ascoltare: parola di Brother Giober.

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi ed andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** in fin dei conti, poteva essere peggio

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

 

ARTISTA: The Sonics

TITOLO: This is the Sonics

GIUDIZIO: ***1/2

Beh… mi fa un po’ specie scrivere di un gruppo che ha inciso il suo primo disco 50 anni fa quando mi era fatto obbligo di andare a letto dopo carosello. Cinquant’anni sono maledettamente tanti!

Chi ha sacrificato la propria vita al rock, salvo rari casi, ha avuto una vita terrena molto più breve, oppure si è ritirato dalla scena anzitempo, oppure ha venduto la propria anima al diavolo (leggi il mercato) in cambio di un successo spesso effimero.

E il dubbio, nel caso del disco in questione, di trovarsi di fronte all’ennesimo esempio di incartapecoriti che devono per forza pubblicare qualcosa per tirare avanti è più che fondato, così come quello di trovarsi di fronte a una triste parodia di artisti che non riescono ad arrendersi al tempo che scorre.

Ma sarebbe sufficiente andarsi a leggere la storia di questi Sonics, per modificare anche solo in parte e, sulla fiducia ancor prima di aver ascoltato il disco, il proprio pregiudizio. Perché i Sonics, sono a tutti gli effetti i padri del “garage rock”, termine spesso abusato, ma che sta ad indicare una musica che ha nel rock ‘n’roll la sua influenza principale e che, nella maggior parte dei casi, è eseguita da giovani band, che alla tecnica e alla pochezza dei mezzi sostituiscono entusiasmo e voglia di fare.

Il loro primo album, Here are the Sonics, uscì nel 1965 in piena era beat (basti vedere la copertina), ma già allora la loro musica era diversa da tutto quanto li circondava.

L’ album alternava pezzi originali come The Witch e Psycho a una serie di cover di classici blues, R&B e rock ‘n’ roll (Roll Over Beethoven, Money, Walking The Dog, Night Time Is The Right Time).

L’elemento spiazzante era la cornice sonora: corrosiva, anfetaminica, fatta di un suono scarno, ma viscerale, di riffs sparati a velocità supersonica, di fuzz, di distorsioni, di urla del cantante, Gerry Roslie, che in qualche modo anticipavano il senso di quello che parecchi anni dopo sarebbe stato il punk.

Al disco di debutto seguì nel 1966, The Sonics Boom (Etiquette, 1966), che di fatto ripropose la stessa formula musicale e poi il meno riuscito Introducing The Sonics (Jerden, 1966), all’interno del quale i suoni iniziarono a farsi meno corrosivi.

Nel 1980 uscì il nuovo album, Sinderella, che tuttavia fallì l’obiettivo del rilancio ed oggi, dopo 35 anni, questo nuovo lavoro This is The Sonics che nulla modificherà della loro storia, al loro conto in banca, né li renderà più famosi ma certamente darà nuova linfa al mito.

Senza i Sonics, probabilmente non sarebbe mai stato dato alle stampe un album seminale come Nuggets, senza i Sonics band come i Ramones, i Cramps, i Blasters, i Fuzztones e più di recente i White Stripes e i Black Keys forse non sarebbero mai venuti alla luce.

This is the Sonics è un album sincero, che non scende ad alcun compromesso, che mantiene intatta l’integrità della band, di fronte alle mode, alle esigenze del mercato.

Potrebbe essere l’album di qualsiasi altra giovane band che sino a ieri ha suonato nelle cantine e suona fresco, godibile, senza bassi (nel senso di qualità,) fila via che è un piacere. E non appare per nulla anacronistico come altri di altre band, tornate da poco sulla scena, con prodotti che alle mie orecchie sono sembrati assolutamente falsi e irritanti (un esempio per tutte le Sleater- Kinney, un tempo alfiere del riot grrrl rock ed oggi parodie di loro stesse, nonostante gli strombazzamenti di tanta parte della critica).

A contribuire in modo determinante al suono di This is the Sonics, i musicisti: dalla formazione originaria della band il cantante Jerry Roslie , il chitarrista Larry Parypa ancora straripante come un tempo e il sassofonista Rob Lind e le sue sonorità che anni dopo, esasperate, troveranno nuova fonte nello strumento di James White (o Chance ) con i suoi Distortions, e in più la nuova sezione ritmica formata da Freddie Dennis (ex dei Kingsmen) e Dusty Watson.

Il disco è stato registrato in “Earth shaking mono” e il produttore Jim Diamond ha in passato, lavorato, tra gli altri, con i White Stripes.

Dodici canzoni in tutto, ognuna della durata compresa tra i due minuti e i tre, a parte Look at the Little Sister, che dura 3:31, e sono brani tutti sparati alla massima velocità, senza un attimo di tregua, né di ripensamenti.

È sufficiente la rullata posta all’inizio di I Don’t Need No doctor per comprendere cosa intendo dire e basta ascoltare il solo di sax collocato nel mezzo del brano par capire che qui ci troviamo di fronte ad una lectio magistralis di rock ‘n’ roll.

La freschezza viene un po’ meno con Be a Woman, un po’ troppo rozza nel suo sviluppo, ma poi il livello torna altissimo con Bad Betty e la sua devastante energia, il ritmo indiavolato, l’interpretazione luciferina.

You Can’t Judge a Book by the Cover vira verso I lidi del rhythm ‘n’ blues, mentre The Hard Way è il punto di incontro tra i Clash e Jerry Lee Lewis.

Sugaree è un tuffo negli anni ’50 e nella musica di Chuck Berry, mentre Leaving Here, fa un po’ fatica a all’inizio ma poi tra atmosfere woodoo, suoni che ricordano Screamin’Jay Hawkins e un’armonica che fa meraviglie, convince pienamente.

Look a Little Sister ha ancora i ritmi del rock ‘n’ roll degli anni ’50, un suono della chitarra sfavillante, anche se è tutto l’insieme a funzionare, mentre I Got Your Number, ancora una volta trascinante, è abbellita dal suono del sax che emette un urlo disperato.

Livin’ in Chaos è proto punk e mi ricorda gli amati X, e il loro lavoro seminale d’esordio; Save the Planet ha una struttura meno riconoscibile e, tutto sommato, rappresenta uno degli esprimenti meno riusciti del lavoro.

Chiude Spend The Night che invece convince soprattutto grazie all’interpretazione del cantante della band che, con voce più roca che altrove, da un saggio delle proprie capacità interpretative.

Un bell’album, non un capolavoro, ma se qualcuno vuole capire come si sia arrivati sino a qui nella musica, questo è un bel modo.

E se avete 10 euro da spendere saranno ben spesi, ma non aspettatevi ringraziamenti dai Sonics: cazzuti erano e cazzuti son rimasti, nella migliore delle ipotesi vi manderanno a quel paese.

Se non si vuole ascoltare tutto il disco: Bad Betty

Se non ti basta ascolta anche:

AA.VV – Nuggets

The Blasters – The Blasters

Fuzztones – Preaching to the pervertide

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