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Grande Guerra, Pillola 51 “Sciaboletta” e l’Intesa: il Patto segreto di Londra fotogallery

L'entrata dell'Italia nel primo conflitto mondiale al fianco dell'Intesa venne sancita dal cosiddetto Patto di Londra, un accordo diplomatico segreto: non fu un vero e proprio colpo di stato ma firmarlo ad insaputa del Parlamento e contro l'orientamento neutralista della maggioranza fu qualcosa di molto simile.

di Marco Cimmino 

Com’è noto, la nostra entrata in guerra al fianco dell’Intesa venne sancita da un accordo diplomatico, il cosiddetto “Patto di Londra”, firmato il 26 aprile 1915 dai rappresentanti di Italia, Francia, Gran Bretagna, e Russia.

L’accordo prevedeva in termini stringenti la nostra discesa in campo entro trenta giorni: in caso di vittoria dell’Intesa, la ricompensa italiana avrebbe compreso il Trentino ed il Tirolo meridionale, fino alla “frontiera naturale” del Brennero (il che andava oltre le più rosee aspettative perfino degli irredentisti trentini, che si limitavano a domandare l’acquisizione fino alla “frontiera linguistica” di Salorno). Inoltre, all’Italia sarebbe andata Gorizia, la Venezia Giulia con Trieste, l’Istria, parte della Dalmazia e delle isole adriatiche, il porto di Valona e Sasena in Albania, e le isole del Dodecaneso.

Un bottino assai corposo, come si può vedere: d’altronde, gli alleati non avevano problemi a promettere a Salandra e a Sonnino, autori materiali dell’accordo, tutto ciò che essi domandavano, giacchè si trattava di territori che, in quel momento, erano sotto la sovranità dei loro nemici.

Ben diverso fu il caso della Germania, in quella sorta di mercato delle vacche che si tenne a Roma, tra l’estate del 1914 e la primavera del 1915: l’ambasciatore Von Bulow non poteva sperare di gareggiare con l’Intesa in generosità, perché le terre che l’Italia pretendeva appartenevano all’impero austroungarico, che non aveva alcuna intenzione di fare cessioni territoriali importanti all’ex alleato, in cambio della sua neutralità. Al contempo, l’infelice situazione militare in cui versavano Francia, Gran Bretagna e Russia in quel momento del conflitto, fece sì che le richieste, onestamente un tantino ingorde, degli italiani, venissero accettate senza troppe discussioni dai rappresentanti dell’Intesa, desiderosi di acquisire un nuovo alleato e di aprire un nuovo fronte contro gli imperi centrali.

Dunque, cosa rappresentò il Patto di Londra? Fu un tradimento? Certamente, da un punto di vista tecnico, l’Italia non tradì nessuno: era uscita dalla Triplice con validi motivi, visto che l’Austria aveva infranto almeno due articoli (il 4 e il 7) dell’accordo, e, nel 1915, era, perciò, svincolata da obblighi di sorta verso Germania ed Austria-Ungheria.

Tuttavia, appare evidente che il “sacro egoismo” italiano non si possa collocare tra quelle azioni onorevoli dell’alta diplomazia: si trattò, piuttosto, di una cinica Realpolitik. E’ pur vero che il sentimento popolare non aveva mai guardato con simpatia ad un’alleanza con l’Austria (a differenza di quella con la Germania, cui, peraltro, non dichiarammo guerra fino al 27 agosto 1916, ossia lo stesso giorno in cui la Romania dichiarava guerra all’Austria-Ungheria), tuttavia, all’epoca, il voltafaccia italiano apparve abbastanza clamoroso.

C’è però un secondo aspetto del Patto di Londra piuttosto interessante e scarsamente analizzato dalla storiografia: solitamente, si tende a pensare all’accordo dell’aprile 1915 come ad un trattato tra Italia e Intesa, mentre, a Londra, incombeva sugli accordi un convitato di pietra, importante quanto l’Italia e, se possibile, ancora più ingordo, vale a dire la Serbia. Se si esce dalla solita ottica italocentrica che caratterizza il nostro approccio alla storia mondiale e si guarda al Patto di Londra da un punto di vista internazionale, esso, nel suo articolo quinto, che riguarda, appunto, i territori concessi alla Serbia si configura, né più né meno, come una spartizione dell’impero Austroungarico.

Con la prima guerra mondiale, finiva l’epoca degli imperi, sostituita da quella dei nazionalismi, ossia dall’esatto contrario del concetto di impero, che si basava proprio sul “sacrificium nationis”, e le spoglie dell’Austria-Ungheria vennero divise tra numerosi pretendenti.

In pratica, il mondo laico e liberale voleva mettere una pietra tombale su quello cattolico e paternalistico, che gli Asburgo incarnavano perfettamente. Dunque, il Patto di Londra, oltre a significare il placet politico al nostro ingresso nel primo conflitto mondiale, rappresentò una precisa scelta epocale, per cui nuove ed aggressive nazioni avrebbero dovuto prendere il sopravvento sulla vecchia monarchia danubiana. Il che puntualmente avvenne nel 1919, con la nascita di autentici ircocervi nazionali, come la Cecoslovacchia o il regno dei Serbi, Croati e Sloveni (SHS).

Un ultimo punto deve essere chiarito, riguardo al Patto di Londra: quello che riguarda la politica interna italiana. L’accordo londinese non fu un vero colpo di stato: lo Statuto non prevedeva la necessità di un’approvazione parlamentare per dichiarare una guerra, prerogativa reale. Tuttavia, firmare un accordo del genere, all’insaputa del Parlamento (il Patto sarebbe stato reso pubblico solo alla fine del 1917 dai bolscevichi russi) e contro l’orientamento neutralista della maggioranza parlamentare (e, verrebbe da dire, della Nazione), fu qualcosa di molto vicino ad un colpo di stato.

D’altronde, Vittorio Emanuele III era filobritannico nell’intimo, in quanto educato britannicamente e, soprattutto, in quanto massone: fu sua l’ultima parola sulla nostra entrata in guerra, come, d’altra parte, nel caso della designazione di Mussolini a primo ministro nel 1922 e del suo arresto, nel 1943. Le rare volte in cui prendeva l’iniziativa, “Sciaboletta” era tutt’altro che un irresoluto…Resta da capire se questo, per l’Italia, sia stato un vantaggio oppure una catastrofe.

Commenti

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  1. Scritto da Fabio

    Qualcosa di simile agli accordi segreti del Patto di Londra, non è accaduto in questi ultimi anni e continua ad evolvere riguardo al Trattato di difesa degli Stati aderenti alla Nato e in specifico alla nostra partecipazione ad esso? Brenno ha ributtato la sua pesante spada sulla bilancia ma sul Campidoglio non abbiamo che oche.

  2. Scritto da sascha

    Aggiungerei: la fuga a Brindisi, consentendo il facile dilagare delle orde naziste nel nostro paese. Stiamo ancora commemorando le stragi di inaudita ferocia.

  3. Scritto da Sandro

    Troppo buono il prof. Cimmino con il reuccio! Potremmo aggiungere altri esempi della sovrana altezza: l’aggressione libica, la spietatezza con le truppe nella WWI, la fellonia nel consegnare la Capitale alla teppa fascista nel ’22, l’emanazione delle leggi razziali in contrasto con lo Statuto, l’attacco alla Spagna repubblicana, l’aggressione all’Etiopia con metodi di guerra criminali e poi, all’Albania, alla Grecia, alla Francia !!! E non c’è stata una Norimberga qui!