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Dolore e inadeguatezza: Nanni Moretti, “Mia madre” e il disagio di tutti noi

Paola Suardi plaude l'ultimo Moretti: il critico che disse “Nanni fatti da parte e facci vedere il film!” rimproverando all’ego di Moretti di essere ingombrante, sarà sollevato. In questa ultima pellicola Moretti si è fatto decisamente da parte e ci consegna un’opera di grande intensità e sincerità emotiva, oltre che di lucida riflessione

Titolo: Mia Madre

Regia: Nanni Moretti

ASttori: Margherita Buy, John Turturro, Gulia Lazzarini, Nanni Moretti, Beatrice Mancini

Genere: Drammatico

 

Commovente, divertente e intelligente l’ultimo film di Moretti che sarà in concorso a Cannes.

Bravi gli autori e tutti gli interpreti.

Il critico che disse “Nanni fatti da parte e facci vedere il film!” rimproverando all’ego di Moretti di essere ingombrante, sarà sollevato: in questa ultima pellicola Moretti si è fatto decisamente da parte e ci consegna un’opera di grande intensità e sincerità emotiva, oltre che di lucida riflessione.

Eppure Moretti c’è, eccome, è presente perché è uno degli interpreti, ma soprattutto perché la figura di Margherita – interpretata da Margherita Buy– è chiaramente il suo alter ego, regista ella stessa con tutti i “tic”, le ansie e i capricci che ormai conosciamo di questo regista e autore, pur senza divenirne caricatura.

Moretti c’è perchè il film è profondamente autobiografico e narra del lento spegnersi di Ada (Giulia Lazzarini), la madre del regista, mancata durante le riprese di Habemus Papam. E’ dunque in primo luogo un omaggio amorevole alla madre, intriso di ammirazione e ancora addolorato.

Ma quello che potrebbe sembrare un film estremamente egoriferito è invece una pellicola capace di restituire situazioni, sentimenti e smarrimenti che sono di tutti nell’affrontare uno snodo tanto delicato come la perdita della propria madre.

La degenza in ospedale, i colloqui con i medici, la “necessità” di fare “ulteriori esami”, le notti sulla poltrona accanto al letto del malato, le emergenze, poi il rientro a casa, l’organizzazione dell’assistenza domestica e l’inesorabile peggioramento fino alla morte.

Insieme a questi aspetti operativi connessi alla malattia ritroviamo le parole dette per rassicurarci l’un l’altro, quelle non dette per evitare di mentirci, la ribellione verso l’accettazione della realtà, la razionale accettazione della realtà, la paura di tutti, di chi sta morendo e di chi gli vuol bene.

Così quello che potrebbe sembrare un film intimista, tutto centrato sugli affetti – e perdipiù autobiografici – si rivela invece un film che, nel tentativo forse del regista di elaborare il lutto, esprime soprattutto il profondo e allargato senso di inadeguatezza e disagio da parte di tutti noi.

Tre personaggi sono emblematici in tal senso. Margherita, che sta girando un film di impegno politico sull’occupazione di una fabbrica da parte degli operai, si rende via via conto di non crederci più (sintomatica la scena della conferenza stampa), mentre tutte le sue relazioni – col marito, il compagno, la figlia, i colleghi sul set – sono in discussione e la sua vita è in crisi. Potremmo dire che “fa acqua da tutte le parti” prendendo fin troppo alla lettera una sequenza del film in cui le si allaga la casa.

Giovanni (il fratello di Margherita interpretato da Moretti) sembrerebbe ostinatamente razionale e invece il disagio provocato dal lutto lo scuote al punto da fargli decidere di lasciare il lavoro.

Barry (interpretato da Jonh Turturro) è il divo americano che sbaglia le battute, è l’inadeguatezza fatta persona, e dichiara a un certo punto “ridatemi la realtà” denunciando i limiti del film che stanno girando e di quel tipo di cinema impegnato.

E dunque il film che Margherita sta girando, che apre la pellicola e corre parallelo alla vicenda di Ada morente, non è solo un escamotage degli autori per introdurre l’alter ego di Moretti e offrire spunti di autoironia alla figura del regista. E’ piuttosto il contrappunto necessario a evidenziare la riflessione tra realtà e finzione sottesa al film. Non è quello il tipo di cinema in grado di ritrarre con serietà i problemi – non a caso le scene si inceppano in continuazione e il ridicolo affiora di continuo –non sono nemmeno quelli i temi da affrontare.

Il tema politico che sta oggi a cuore a Moretti, lungi dal ritrarre le cariche di operai e polizia (il film si apre con questa scena che appare falsa, vuota, ed è subito rivelata come tale) passa per l’ultimo scambio di battute del film: “A cosa stai pensando mamma?” “A domani!”.

E’ la capacità di immaginare il domani il vero tema dal quale non dobbiamo distogliere la nostra attenzione.

Commenti

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  1. Scritto da Isabella

    Brava, grazie, hai scritto una recensione molto bella.