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Sufjan Stevens e McMurtry Tu chiamale, se vuoi, emozioni

Alti e bassi nella carriera di Sufjan Stevens, ma per il nostro Brother Giober "Carrie & Lowell è un disco di contraddizioni, di chiaroscuri, di vita e di morte, è un disco di opposti. Carrie & Lowell è un disco bellissimo". Mentre Complicated Game di James McMurtry "trasuda passione e soul in ogni solco".

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** in fin dei conti, poteva essere peggio

**** però!

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa 

 

 

ARTISTA: Sufjan Stevens

TITOLO: Carrie & Lowell

GIUDIZIO: ****

Sufjan Stevens è un artista di grande talento, un autore prolifico, capace di passare tra generi diversi con una disinvoltura che è di pochi altri.

Il suo problema, almeno nel passato e comune a quello di tanti altri “superdotati”, è stato nell’incapacità di canalizzare tutte queste potenzialità in un genere riconoscibile, in una sorta di marchio di fabbrica.

Al contrario la sua carriera musicale è stata caratterizzata da una costante ansia di dover a tutti costi dimostrare di essere straordinario, di aver le stimmate del genio.

Da qui i diversi esperimenti nei generi più variegati e il rischio, per nulla scampato, di dare un’immagine dispersiva.

Questo disco nasce invece dal dolore: la Carrie del titolo è la seconda moglie del padre di Sufjan, una donna con una vita alle spalle fatta di schizofrenia, di dipendenze dalle droghe e dall’alcol che, quando ancora Sufjan aveva solo un anno, lasciò il padre per andare a vivere con una amore di gioventù, Lowell appunto.

Lowell è la persona che ha avviato Sufjan alla musica.

In particolare le canzoni di questo disco raccontano il ricongiungimento dell’artista con la madre, negli ultimi periodi di vita di quest’ultima, quando già il cancro aveva avuto il sopravvento.

Sono quindi canzoni che parlano dell’esistenza, della morte, dei rapporti tra madre e figlio. Sono canzoni che, per il tema trattato, hanno una veste musicale scarna: qualche cenno di chitarra, qualche tocco di tastiera, una percussione qui e là, ma soprattutto una voce, quella di Sufjan che è un distillato di emozioni: tenue, a volte solo un sospiro, ma ricca di sfumature e per nulla monotona.

Ho ascoltato per la prima volta Carrie & Lowell, una sera, in preda a una leggera depressione proprio legata agli affetti famigliari e mi sono emozionato e un po’ anche commosso: perché è impossibile rimanere insensibili mentre si ascolta Death with Dignity che, al di là del significato del testo, è un compendio di dolcezza, di affetto e, musicalmente, di tutto il pop inglese degli ultimi 50 anni.

A volte basta poco per ottenere la perfezione: una melodia sublime, un arpeggio di chitarra riuscito, il tocco vellutato dei tasti di un piano e tanto trasporto emotivo nell’interpretazione . Beh! a pensarci bene non è così poco….

Should have Known better ha I suoni dei brani acustici più belli dell’epoca d’oro della musica inglese (Traffic, Genesis,) e una semplicità che ti annichilisce tanto in grado di colpire il cuore, mentre All of me Wants All of You è dolcezza pura e puro amore almeno quanto invece Drawn to the Blood, con quel filo sottile di elettronica, suona invece come un canto disperato.

Eugene è una tavolozza di colori dalle tonalità pastello, gentile e delicata, così come Fourth of July è invece impalpabile, sfuggente, una sorta di elettro-soul, assolutamente ispirato.

The Only Thing è ancora “pure pop” e nella sua essenzialità ha il dono di essere in grado di trasmettere emozioni, senza necessità di infrastrutture sonore inutili, così come la title track con il suono improvviso di un flauto che ingentilisce ulteriormente l’insieme, lasciando un senso di malinconia che però non è disagio.

John My Beloved è cantata con un filo di voce che a volte sembra lì per venir meno del tutto ma con le sue incursioni elettroniche alla fine è bellissima.

In chiusura la seducente No shade in the Shadow of the Cross è la sua melodia riuscita e soprattutto Blue backet of Gold, così profonda e spirituale.

Carrie & Lowell è un disco dell’anima ma non è un disco soul. Carrie & Lowell è un disco semplice, ma non banale. Carrie & Lowell è un disco di contraddizioni, di chiaroscuri, di vita e di morte, è un disco di opposti. Carrie & Lowell è un disco bellissimo.

Se non si vuole ascoltare tutto il disco: Death With Dignity

Se non ti basta ascolta anche:

Leonard Cohen – Popular problems

Iron & Wine – Our Endless Numbered Days

Ben Howard – Every Kingdom

 


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ARTISTA: James McMurtry

TITOLO: Complicated Game

GIUDIZIO: ***1/2

Ecco un altro artista a cui basta una chitarra o poco più per incantare, almeno a volte, e questa è una di quelle.

James McMurtry è un artista parco, che pubblica dischi solo quando ne ha voglia o strettamente bisogno. Rispetto a Sufjan Stevens cavalca le note di un genere più tradizionale, quello della musica d’autore americana, quella a cui sono sufficienti pochi suoni, perlopiù acustici, per emozionare, quella che affonda le proprie origini nel country, nel blues, in Bob Dylan, nella musica della Band, di Woodie Guthrie, di Johnny Cash, di Lyle Lovett, di Warren Zevon, solo per citare alcune delle possibili influenze.

Complicated game è il nono album di McMurtry e viene pubblicato 7 anni dopo il precedente in studio (Just Us Kids) ed è un album fatto di canzoni dalla struttura semplice, con pochi strumenti , abbelliti raramente dal suono di un banjo, di un piano.

Notevole la schiera dei musicisti che accompagnano l’artista: Benmont Tench (negli Heartbreakers di Tom Petty), Ivan Neville (Neville Brothers), Dereck Trucks (Tedeschi Trucks band), Sam Broussard. Il disco è prodotto da CC Adcock e da Mike Napolitano altrimenti noto, quest’ultimo, per essere il marito di Ani Di Franco.

Sopra tutto e tutti però ci sta James McMurtry con la sua voce appena acidula, la sua voglia di raccontare storie di ordinaria quotidianità. I brani hanno quasi tutti la struttura della ballata e sono lenti, avvolgenti, fatti di pochi strumenti, di sfumature, di un suono spoglio anche se Complicated game non è un disco monotono, ha solo bisogno di calma, di pazienza per essere apprezzato appieno.

Le melodie sono tutte, o quasi, memorizzabili da subito, gli inserimenti ora del banjo, ora del pianoforte sono di grande effetto perché giungono spesso a sorpresa, quando oramai credi di esserti abituato al suono, alla melodia del brano.

Copper Canteen, messa all’inizio dell’album, è una ballata nel senso più classico del termine, molto dylaniana, con il banjo di Curtis McMurtry in grado di regalare ottime vibrazioni.

You Got to Me vede la presenza di Ivan Neville ai cori e di Benmont Tench alle tastiere ed è un brano molto suggestivo, che è nobilitato da un bel suono generale e da un’interpretazione a tratti toccante e partecipe più che altrove.

Ain’t Got a Place è introdotta dal suono del banjo ed è più vicina a suoni counbtry & western e tutto sommato non mi ha impressionato più di tanto, nonostante una melodia immediatamente assimilabile, che riporta direttamente l’ascoltatore agli anni ’60.

She Loves Him vive del contrasto tra un suono lieve e la voce di James che appare un poco rigida, ma la melodia è molto bella e gli inserimenti del violino di Dirk Powell e soprattutto del piano di Tench danno al brano quel tocco in più.

How’m I Gonna Find You Now si basa su un giro di basso ipnotico ed è il brano forse che si distacca più dal resto del lavoro. Una traccia più radiofonica delle altre, nella quale i suoni elettrici sono presenti più che altrove. Non un brutto brano, semplicemente un po’ avulso dal resto del contesto.

Molto bella è Things I’ve Come to Know con la sua riuscita melodia, con il suono della fisa, con il suo andare lento, rilassato, come Deaver’s Crossing che senz’altro si rifà ad atmosfere country (o folk) con il suono del banjo in bella evidenza ed un modo di cantare che sa tanto di serate intorno al falò.

Carlisle’s haule ha un inizio non troppo efficace ma poi grazie al ritornello sale di livello ed è bellissimo il lavoro di Tench all’hammond mentre Forgotten Coast grazie anche alla presenza di Dereck Trucks è più ritmata, movimentata.

South Dakota rappresenta un episodio minore forse anche perché il refrain è un poco scontato, anche se ad ogni ascolto il brano cresce, mentre Long Island Sound con le sue cornamuse irlandesi e le sue atmosfere folk, convince appieno.

Ma l’apice a mio parere viene raggiunto con la conclusiva Cutter un brano che, nella sua assoluta semplicità, è un concentrato di emozioni.

Come ho più volte scritto, almeno nella musica ognuno deve avere essere libero di esprimere il proprio gusto per questo o per quel genere. Io mi emoziono di fronte a questi dischi che trasudano passione, emozione, soul da ogni solco mentre mi lasciano freddo quelli dove il virtuosismo o la perfezione del suono rappresentano il marchio distintivo. Ma, ripeto, è solo questione di gusto, ad ognuno il suo.

Se non si vuole ascoltare tutto il disco: Cutter

Se non ti basta ascolta anche:

Lyle Lovett – Natural Forces

Bob Dylan – Tempest

John Prine – Fair and Square

Commenti

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  1. Scritto da Diego Perini

    Conosco tutti quelli che vengono citati (bravo per Zevon, bene per I&W), ma non ho voglia di Americana classica. La citazione di Battisti mi ha un po’ indisposto, non farmelo più :)