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Grande Guerra, Pillola 50 La battaglia di Pasqua 1915 L’incubo dei Monti Carpazi fotogallery

Una delle battaglie che costarono più care, in termini di perdite umane e di deficit militare, all'impero austroungarico fu quella combattuta sui Carpazi: lo scontro finale avvenne nei giorni di Pasqua del 1915 ma si concluse con un nulla di fatto.

di Marco Cimmino

Una delle battaglie che costarono più care, in termini di perdite umane e di deficit militare all’impero austroungarico fu quella che si combattè fra Gorlice e la frontiera rumena, sulla “lunata linea dei Carpazi”. Quello scontro tra russi ed austroungarici, durato dal gennaio all’aprile del 1915, dissanguò l’esercito di Franz Josef e rappresentò un tragedia nella tragedia: su quelle alture, alte anche 2.000 metri, si combattè una guerra particolarmente dura, vuoi per le condizioni climatiche (con punte di freddo polare a -40), vuoi per la disperata volontà di prevalere di entrambi i contendenti.

Sulle montagne carpatiche caddero migliaia di italiani, provenienti dal Trentino, tanto che la tradizione popolare trentina conservò la memoria di questa ecatombe con la bellissima canzone “I monti Scarpazi”: si tratta di morti a lungo dimenticati dalla nostra storiografia e che, soltanto da qualche anno, sono stati ricordati e debitamente celebrati. Purtroppo, la storia subisce gli insulti delle fasi politiche e dell’ipocrisia degli uomini di potere e degli storiografi loro manutengoli: anche se è vero che, alla fine, il giudizio della storia è quasi sempre giusto. Ma ci si deve armare di molta pazienza.

Tornando ai Carpazi, nel settore della battaglia, lungo ben 400 chilometri, essi hanno un’altezza inferiore ai 1.000 metri e rappresentano una vera barriera naturale tra la Galizia e la pianura ungherese: va da sé che la loro perdita avrebbe rappresentato, per gli austroungarici, la sostanziale disfatta strategica e, con ogni probabilità, la loro sconfitta definitiva. Per questo, la linea dei Carpazi doveva essere difesa con ogni energia, anche a costo di sguarnire gravemente il confine con l’Italia, minacciato dal crescente avvicinamento dell’ex alleato all’Intesa, che sarebbe culminato con il patto segreto di Londra, del 26 aprile 1915.

Anche nei Carpazi, come in molti altri casi successivi, il responsabile dell’offensiva austroungarica, che scatenò lo scontro, fu il generale Conrad, lo stesso della Strafexpedition in Trentino del 1916: nonostante che non avesse ancora ottenuto dall’alleato tedesco i rinforzi che chiedeva, Conrad decise di attaccare l’8a armata russa, che premeva con insistenza sulla 3a armata imperiale, comandata da quello che sarebbe diventato a sua volta un protagonista del conflitto italo-austriaco, il generale Boroevič. L’obiettivo di Conrad era duplice: alleggerire la pressione su Boroevič (che a dicembre aveva addirittura pensato ad una ritirata fino a Budapest), stornando la minaccia che pendeva sulla pianura ungherese, e liberare dall’assedio russo la fortezza di Przemišl. In realtà, l’unico aspetto positivo della strategia di Conrad sarebbe stato quello del peso psicologico di un successo sulle decisioni politiche dell’Italia e della Romania, entrambe sul piede di guerra: di fatto, vincolare una campagna militare ad una piazzaforte rappresentava l’esatto contrario della dottrina militare e le conseguenze negative di questa scelta si sarebbero viste presto.

Messo di fronte alla decisione di Conrad, infine, anche Ludendorff si convinse della praticabilità del piano, e concesse alcune divisioni all’alleato: queste, che formavano la Kaiserliche Deutsche Südarmee, vennero schierate alla destra della 3a armata austroungarica. Mentre i russi premevano sul passo Dukla, Conrad puntò decisamente a liberare la fortezza assediata, che distava soltanto 70 km dalla linea dei Carpazi, ma, al contempo, il bellicoso generale austriaco stava commettendo alcuni errori grossolani nell’organizzazione: ad esempio, egli ritenne superfluo dotare le proprie truppe di attrezzatura da montagna. Il che, data la situazione di quel fronte, suona come un deliberato mandare al massacro i propri soldati, cosa che i tedeschi rilevarono e a cui misero immediatamente riparo, per quanto fosse di loro competenza.

In generale, possiamo dire che Conrad avesse l’enorme difetto di voler sempre fare il passo più lungo della gamba: le sue truppe erano stanche e provate per conseguire i suoi ambiziosi obiettivi, mentre quelle germaniche non erano sufficienti per il compito che egli avrebbe voluto affidare loro. Il risultato di questa somma di errori di valutazione e di preparazione superficiale, fu il disastro dei Carpazi.

I russi, nel frattempo, tergiversavano: il generale Danilov, quartiermastro generale, appoggiato dal collega Russkij, comandante del fronte nord, avrebbe voluto attaccare il nemico germanico, ritenendolo, giustamente, il più pericoloso, mentre il generale Ivanov, comandante del fronte sud, premeva per infliggere un colpo decisivo all’Austria. Nominalmente, il comandante in capo dello Stavka era il granduca Nicola: egli, però, era indeciso ed inesperto e non sapeva con quale partito schierarsi. Infine, forse sull’onda dei successi conseguiti, scelse di appoggiare il piano di Ivanov e di ordinare un attacco nei Carpazi, che sarebbe stato uguale e contrario rispetto a quello che stava preparando Conrad.

In un certo senso, la battaglia dei Carpazi si dovette alla somma di due errori di valutazione (la sopravvalutazione dell’importanza di levare l’assedio a Przemišl e la sottovalutazione delle capacità di resistenza austroungarica) commessi dai due avversari, ma la sua durata e l’entità spaventevole del massacro dipese dall’identica insensata pervicacia nell’insistere nell’azione dei due contendenti.

L’azione principale russa era assegnata all’8a armata del generale Brusilov che valicando il passo Dukla, avrebbe dovuto scendere nelle valli della Laborcza e dell’Ondava, in Slovacchia orientale, e di lì giungere a Eperjes, Kaschau e Csap. I russi, inoltre, immaginavano una manovra che li portasse ad unirsi con italiani e romeni, che sarebbero entrati in guerra al loro fianco di lì a poco: qualcosa di simile ad un bel sogno, in definitiva. I due attacchi avvennero quasi in contemporanea, mentre sui Carpazi infuriava un inverno ancora più feroce del solito: il 23 gennaio mossero gli austroungarici ed avanzarono oltre i Carpazi selvosi, fino al 26, quando anche i russi passarono all’offensiva con 5 corpi d’armata, respingendo indietro in più punti l’avversario. Una provvidenziale epidemia di tifo che aveva colpito l’esercito serbo permise agli austroungarici di stornare da quel fronte l’VIII corpo d’armata, che venne trasportato per ferrovia nei Carpazi.

La battaglia, così, divenne sempre più disperata e gigantesca: di nuovo, tra il 6 ed il 26 febbraio, gli imperiali passarono all’attacco e di nuovo vennero fermati e respinti e così accadde anche in occasione della terza offensiva, cui si era aggiunta la 2a armata del generale Bohm-Ermolli (27 febbraio-15 marzo): la battaglia carpatica andava avanti con perdite enormi e risultati oscillanti.

A partire dall’11 marzo, l’iniziativa passò nelle mani dei russi, che spinsero sempre più decisamente la propria controffensiva: la possibilità di liberare la fortezza assediata, alla metà di marzo, era del tutto svanita, e il comando supremo austroungarico dovette prenderne atto: il 22 Przemišl, ossia il principale obiettivo di Conrad, dovette arrendersi. Tra il 20 ed il 31 marzo, la 3a e l’8a armata russa attaccarono nel settore dei Beschidi: l’apice della crisi fu tra il 24 ed il 25 marzo, quando Conrad fu costretto a domandare disperatamente un aiuto all’alleato tedesco, che si affrettò ad inviargli 3 divisioni di supporto, che gli permettessero di resistere alla crescente pressione nemica.

Alla fine, Bohm-Ermolli dovette ritirarsi dietro la cresta carpatica, abbandonando le posizioni sanguinosamente conquistate e retrocedendo oltre la propria linea di partenza. Lo scontro decisivo avvenne nei giorni di Pasqua del 1915 (1-13 aprile): i russi mantenevano costantemente le proprie truppe all’attacco, intravvedendo una fondamentale vittoria strategica, ma questo miraggio non permise loro di riconoscere i segnali di un terribile logoramento delle proprie forze, impegnate da mesi in condizioni terribili. Dopo qualche successo locale, le forze zariste furono ovunque definitivamente fermate e Ivanov dovette rinunciare al sogno di invadere la pianura ungherese, ammettendo che la battaglia era terminata con un nulla di fatto: la linea dei Carpazi separava ancora i due contendenti.

Questo nulla di fatto era costato 800.000 uomini agli austroungarici e quasi 1.500.000 a russi (le cifre, in questo caso, sono molto incerte): i “Monti Scarpazi” entravano nell’immaginario collettivo come un calvario terrificante per chiunque vi avesse combattuto.

Commenti

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  1. Scritto da Marco Cimmino

    Caro Vladimiro, la risposta è no: saranno dei nazionalismi in un caso e delle ideologie nell’altro. Nel 1915 il tasso di ribellione o anche solo di diserzione era molto basso: i soldati sopportavano l’insopportabile e, specie gli AU, erano assai legati all’imperatore. Quanto ai generali, spesso erano semplicemente degli idioti pieni di sè: anche oggi, nei posti di potere, se ne vedono tanti…

  2. Scritto da Vladimiro Sigismondi

    Ma fin dove arriva la resilienza del Soldato, alle tragedie che vengono scatenate contro di lui? Prof. Cimmino, è la prima volta che leggo di questo terribile fronte di guerra. Come è possibile che alti ufficiali espongano i loro soldati, a milioni, così a lungo, a una somma di simili avversità, battaglie, addiacci, fame, asperità, angosce, inutilità dei sacrifici? È per questa barbarie militarista che i due popoli si rivolteranno e distruggeranno i due imperi?